Denunciare è indispensabile: la mia vicenda in sintesi

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Floriana Mastandrea e mamma Angelina
Una foto scattata nell’estate dell’89 in campagna dallo zio Nicola

Fui partorita a Ischia (NA) in un istituto per ragazze madri: mia madre, Angelina Mastandrea, non ancora ventenne, orfana di madre, proveniva da un paese, Ariano Irpino (AV) in cui la sua condizione di ragazza madre, all’epoca, era ritenuta scandalosa. Una volta scoperto di attendere un figlio, aveva dovuto abbandonare il liceo classico e trasferirsi da una ricca zia a San Giuseppe Vesuviano (NA). Nacqui il 10 febbraio 1962, ma Angelina mi riconobbe che avevo 5 mesi (strappandomi alla famiglia a cui intanto ero stata affidata) e a un anno mi affidò a suo fratello Nicola (agricoltore) per emigrare per lavoro in Svizzera, da dove rientrò poco dopo, poiché mio padre (tra una scenata di gelosia e un giuramento di fedeltà) era andato a riprendersela. A 9 anni, dopo che mio padre naturale, Claudio Sampietro, continuava a non voler riconoscermi, mio zio, ormai affezionatosi, nel tentativo di darmi una “famiglia normale”, volle adottarmi a tutti i costi, sebbene mancassero i requisiti. Mancava anzitutto lo stato di abbandono, poiché mia madre era sempre presente e lui e la moglie, Pasqualina, erano parenti entro il quarto grado, tenuti a crescermi senza adottarmi. Mia zia era contraria all’adozione, ritenendo (giustamente) che si trattava di un’unica grande famiglia e che da grande avrei potuto scegliere con chi vivere. Non ci fu verso: il marito la costrinse con due ceffoni a firmare il mandato all’avvocato, imponendole il silenzio sulla questione: non ne fu informata mia madre, non lo seppero i vicini e soprattutto, non lo sapevo io! Presso il Tribunale per i Minori di Napoli non furono mai auditi gli adottanti, né mia madre, sostituita, nonostante non fosse impedita fisicamente, da una procura speciale (in cui erano errati persino il suo indirizzo di residenza, quello del fratello e della cognata) non prevista dalla l.431/67, attraverso la quale “avrebbe delegato un parente, in sua vece, a dare l’assenso alla mia adozione”. Alla mia richiesta del fascicolo dell’adozione, il TpM di Napoli, dichiarò che era andato disperso durante il terremoto del 1980. Grazie alla mia tenacia, nel 2016 ho finalmente rinvenuto il fascicolo, presso l’Archivio di Stato di Napoli! Ho scoperto così, un’adozione abnorme e mostruosa, risultato dell’enorme leggerezza con cui la legge 431/67, ora abrogata, negli anni Settanta era stata applicata! Recentemente, analizzando con attenzione la firma attribuita a mia madre, apposta sulla procura speciale, mi sono resa conto che non era la sua! La perizia grafologica fatta eseguire da un’esperta calligrafa, ha confermato che è apocrifa. È stata pertanto intentata una querela per falso presso il Tribunale di Benevento. Nonostante l’adozione speciale (l.431/67) prevedesse l’interruzione dei rapporti con la famiglia d’origine, nel mio caso era impossibile che ciò accadesse, poiché colui che mi aveva adottato era il fratello mia madre, la quale frequentava assiduamente la sua casa e mi accudiva. Peraltro, nessuno le aveva mai revocato la patria potestà. Le condizioni economiche dei miei genitori naturali, che ho sempre chiamato mamma e papà, verso la metà degli anni Settanta, allorquando ero adolescente, erano divenute floride, tanto che mi pressavano perché andassi a vivere con loro: “siamo noi la tua vera famiglia, devi stare con noi, così potrai sviluppare i tuoi talenti, gli zii non possono capirti!”... A 13 anni, combattuta su quale delle due famiglie scegliere, tentai persino il suicidio. Avevo cominciato proprio in quel periodo, ad andare anche in vacanza al mare con i miei genitori naturali, che fin da piccola mi portavano con loro al ristorante, nonché a casa loro, dove talvolta mi fermavo anche a dormire. A 15 anni mi trasferii a vivere definitivamente con mia madre, mio padre e mio fratello naturali, prima nel quartiere di San Giovanni, in seguito, al Rione Martiri, nella casa costruita da mio padre nell’area della sua azienda. Nel 1977, quando mia madre mi venne a prendere, suo fratello le contrappose la copia conforme del decreto di adozione che aveva richiesto per l’occasione: si scatenò una lite furiosa poiché solo allora Angelina venne a conoscenza che ero stata adottata. Erano trascorsi 6 anni da quell’adozione abnorme e mostruosa, che mi aveva fatto diventare “figlia” dei miei zii, a mia insaputa e inoltre, a cosa era servita? Nessuno ne parlava, era un tabu: scoprii di essere stata adottata solo dopo aver superato la maggiore età perché me ne accennò assai vagamente mia madre, convinta in ogni modo, che fosse stata superata dai fatti. Nella famiglia naturale trovai l’inferno: l’amore malato e immaturo tra mio padre e mia madre, che fin dall’inizio della loro storia avrebbe caratterizzato tutta la loro vita insieme, continuava a manifestarsi, percependo la presenza di noi figli come una rogna in più da gestire. Mio padre (donnaiolo incallito) e mia madre (sospettosa e irascibile) litigavano a tutte le ore del giorno e della notte, mio fratello, viziato, si riteneva figlio unico e me lo faceva pesare con atteggiamenti e discorsi (ignaro che anche lui, non era stato riconosciuto che a circa 1 mese da nostra madre e ben a 3 anni, da nostro padre). Al compimento dei 18 anni, ebbe in regalo una potente macchina sportiva (a cui ne sarebbero seguite molte altre), mentre io, di tre anni più grande, continuavo a usufruire del suo vecchio motorino Ciao. A 21 anni, esasperata di essere trattata come figlia di un dio minore, andai via di casa per tentare di conciliare, tra mille difficoltà, lavoro e studio. Dopo la laurea in Sociologia, collaborai con i giornali, le tv locali, la Rai di Napoli e poi di Roma, dove nel 1995 emigrai definitivamente, per lavorare in Rai a tempo determinato e in seguito, divenuta giornalista professionista, come libera professionista nel campo della comunicazione. Mio padre e mia madre, che nel 1980 si erano sposati, nel 2002 si separarono legalmente e nel 2006 divorziarono, precisando nella sentenza divorzile, che “dallo loro unione erano nati Roberto e Floriana”. Mia madre, dopo il divorzio avrebbe coltivato un odio ossessivo per l’ex marito “fedifrago serpente a sonagli”, che aveva osato rifarsi una vita con una donna ceca di 33 anni più giovane, facendoci persino due figlie, la prima delle quali riconosciuta ancor prima di sposarne la madre. Non si dava pace del fatto che mio padre non mi avesse riconosciuta, un grave affronto a me e a lei, così mi sollecitò a fare un’azione legale contro di lui, affinché mi riconoscesse. Dopo reiterate richieste di incontro e telefonate andate a vuoto, feci scrivere a mio padre dallo stesso avvocato del divorzio di mia madre (la quale me lo aveva consigliato e fu un grave errore) e nel 2007 iniziò la vertenza giudiziaria presso il Tribunale di Avellino. Dalla malattia di mia madre al testamento falso Nel 2008 mia madre scoprì di essere affetta da una carcinosi peritoneale. Mio fratello, Roberto Sampietro, e sua moglie Cecilia Majello, mi fecero sapere il meno possibile delle sue reali condizioni di salute, approfittando del fatto che vivessi a 300 Km di distanza. Obiettivo: estromettermi da una cospicua eredità (investimenti finanziari, case, terreni, gioielli, pellicce, etc.). La mattina del 7 luglio 2009, mentre mi accingevo a partire da Roma per raggiungere mia madre che si era aggravata (ero stata avvertita dalla sua anziana badante), mio fratello le portò la notaia Luisa Romei e, approfittando dello stordimento da oppiacei (glieli somministrava la nuora, autodelegatasi ad assisterla) le fecero firmare un testamento già preparato, in cui mio fratello veniva dichiarato “erede universale” e io inserita come “signorina legataria” e non come figlia. Se mia madre fosse stata lucida, non avrebbe mai ammesso il passaggio “lego alla signorina…”, né avrebbe nominato il secondo figlio, erede universale, tanto che, preoccupata per l’atteggiamento ambiguo di mio fratello e sua moglie, già il 15 aprile, a tre mesi dalla morte, aveva scritto di suo pugno un testamento olografo in cui mi riconosceva di nuovo, “a scanso di equivoci”, aveva sottolineato, e: “qualora tuo fratello non rispettasse le mie volontà. Ma, tranquilla, mi ha promesso che non si metterà la coscienza sotto i piedi!”. In quel testamento, oltre a dichiarare che l’ex marito Claudio Sampietro era mio padre naturale, lo autorizzava altresì a riconoscermi. Angelina aveva sempre detto anche a noi figli di non voler fare alcun testamento per i beni materiali e, ferma restando una divisione paritetica, ci aveva comunicato come dividere i suoi beni. Il testamento (falso) del 7 luglio (2009), era ben diverso dalle volontà espresse a me e a mio fratello, nonché alle amiche più care, le quali quella mattina, trovatesi entrambe quasi per caso alla villa, furono invitate in successione da Roberto Sampietro a firmare come testimoni, ma si rifiutarono, come già aveva fatto la badante. Una di loro precisò persino alla notaia, che si stavano ledendo i miei diritti di figlia. La notaia la zittì e proseguì, spingendosi persino ad aiutare mia madre a firmare: mio fratello pertanto, utilizzò come testimoni due dipendenti della sua fabbrica. La sera in cui giunsi finalmente alla villa (la mattina mi ero sentita male e per di più, Roma era semiparalizzata per il G8), mia madre era ancora talmente sotto effetto di oppiacei, che non mi riconobbe. L’atmosfera era tetra: i due portoni con le chiavi asportate, nel salone le vetrinette dell’argenteria chiuse a chiave, chiusa la stanza guardaroba in cui riponevo anche i miei vestiti (tutte le chiavi erano state asportate), mia madre inerte a letto, invecchiata e sofferente… triste preludio a inimmaginabili accadimenti che sarebbero seguiti nella settimana successiva. Il 14 luglio (2009), Cecilia Majello, giunta a sorpresa alle 6 e un quarto di mattina, al posto del marito, il quale la sera prima aveva promesso a nostra madre di restituire le chiavi delle due casseforti che le avevano sottratto, dopo avermi chiesto imperiosamente di uscire dalla stanza di mia madre, mi aggredì con violenza conficcandomi le unghie in un braccio e spingendomi verso l’uscio. Mia madre, inerte a letto, sbigottita, gridò di dolore con tutto il fiato a cui riuscì ad attingere. Perché la nuora voleva restare sola con lei? Cosa intendeva fare? E perché alle 11 di quello stesso giorno, salì in camera sua da sola, ne ridiscese dopo pochissimi minuti e, aprendo la porta della cucina che fece un rumore sordo, trasalì? L’indomani (15 luglio 2009) mia madre disperata, tra le lacrime, alle 14 esalò l’ultimo respiro con me soltanto accanto. Le era stato negato anche l’ultimo desiderio: dividere i suoi cospicui e preziosi gioielli tra me e la nuora. Quest’ultima, il 21 luglio, alle 17 venne a cacciarmi dalla villa di mia madre insieme a sua madre e all’avvocato D. Primarosa, il quale ingiunse a me e al mio compagno di lasciare quella casa perché era stato “pubblicato il testamento”!… La notaia, a cui pure in mattinata avevo chiesto di essere convocata, dicendosi indisponibile per quel giorno, aveva invece preferito pubblicarlo escludendomi. La pubblicazione peraltro, non aveva ancora efficacia, in quanto il testamento (che sarà in seguito giudicato falso in Appello e Cassazione) non era stato ancora registrato! Nell’ottobre 2009, a seguito della morte di mia madre, in segno di distensione, rinunciai a proseguire la causa contro mio padre, attendendomi in cambio, un riconoscimento spontaneo, che mi promise al momento della firma della transazione, promessa mai mantenuta! Qualche mese dopo il nostro ultimo incontro (avvenuto a maggio 2011), nel quale mio padre mi comunicò che aveva bisogno di “pensarci ancora”, gli scrissi un’accorata lettera aperta, di cui si occuparono media cartacei (Il Mattino, TuStyle) e on line ( Persona e danno, irpino.it) e persino la Rai, con La vita in diretta e I fatti vostri. (Si veda lettera su questo sito) La vita sconvolta e i processi Mio fratello e sua moglie (che prima dei fatti consideravo quasi una sorella), per il tradimento e gli oltraggi inauditi recati a me e a mia madre, mi avevano provocato uno choc dopo l’altro, privandomi della serenità, sostituita da rabbia, delusione, sofferenza e persino tachicardia. Ne seguirono molte notti insonni o con gli incubi, che aggiunsero ulteriore inquietudine, finché nel giugno 2010 non subii un intervento chirurgico nel quale mi fu asportato un linfoma ovarico Non Hodgkin, seguito da chemioterapia preventiva presso il Policlinico San Martino di Genova. Il 25 febbraio 2014, con il rinvio a giudizio dei tre imputati, iniziava finalmente il processo penale: erano trascorsi 4 anni e 7 mesi dalla mia denuncia del 2009, sporta mentre mia madre era ancora in vita. La Procura del Tribunale di Ariano Irpino, aveva proceduto piuttosto a rilento con le indagini, chiuse nel marzo 2012, quindi la controparte era riuscita a far slittare l’udienza preliminare prevista a luglio 2013, a dicembre 2013: per giunta, nel settembre 2013, il Tribunale di Ariano era stato accorpato a quello di Benevento. Mi ero costituita parte civile e, nonostante le testimonianze e le palesi contraddizioni degli imputati e dei loro testi, incredibilmente, in I grado il Tribunale di Benevento, condannò soltanto Cecilia Majello, unicamente per l’aggressione nei miei confronti, a 3 mesi di reclusione, una multa e le spese processuali, assolvendo invece Roberto Sampietro e la notaia Luisa Romei, perché “il fatto non sussiste”: in passato si sarebbe chiamata assoluzione per “insufficienza di prove”… In Appello, il 9 ottobre 2018, la sentenza fu ribaltata: la Corte di Appello di Napoli condannò mio fratello a 3 anni e 2 mesi di reclusione, la moglie, già condannata in I grado, fu prescritta (non prosciolta), con la conferma al pagamento delle statuizioni di I grado e la notaia, condannata a 2 anni e 3 mesi. Il giorno dopo (10/10/2018) Roberto Sampietro veniva condannato anche dal Tribunale di Avellino in I grado con rito abbreviato, a 3 anni per bancarotta fraudolenta. Mio fratello e la notaia dopo la condanna in Appello, fecero ben 3 ricorsi in Cassazione servendosi addirittura di 4 noti avvocati. La Suprema Corte (dopo lunghe e accese discussioni tra i Giudici) il 16 dicembre 2019 dichiarò prescritti i reati penali (non sarebbe stato contestato dal PM il comma 2 dell’art.476 C.p.), confermando però la falsità del testamento e le statuizioni civili, ovvero il pagamento delle spese processuali e il risarcimento del danno provocatomi. I procedimenti giudiziari sono spesso lenti e farraginosi, ma ci sono ancora magistrati scrupolosi e capaci di fare giustizia. È necessario combattere, prima o poi la giustizia arriva, anche se non potrà mai risarcire a sufficienza le sofferenze patite e tuttora in corso. Quel che più avvilisce in questo desolante scenario, è la vicenda umana di una madre tradita anche dal figlio, di un padre che rifiuta di assumersi le sue responsabilità verso la prima figlia e, cosa peggiore, un fratello che piuttosto che essere solidale con sua sorella, specula a piene mani sulla disumana discriminazione esercitata dal loro padre. Quelli trascorsi sono stati anni strazianti, contrassegnati da enormi sacrifici di tempo, denaro, lavoro sulle cause, accompagnati da stress, rinunce, ansia e depressione: una vita totalmente sconvolta, per giungere all’agognato risultato. Ma può una “giustizia che si voglia definire giusta”, impiegare oltre 10 anni per arrivare a una sentenza definitiva? Non sarebbe piuttosto opportuno intervenire per correggere lungaggini, carenze di personale giudiziario, escamotage che consentono continui rinvii, mancata telematizzazione, burocrazia, affinché la vittima non rischi di esser tale due volte? Ringrazio intanto di cuore tutti coloro che, a partire dai preziosi testimoni, in questi dolorosi e stressanti anni, mi hanno aiutata ad ottenere una prima tranche di giustizia: ora si sta continuando con le vertenze civili, ed è superfluo dire che dalla controparte, che nel frattempo ha avuto anni per “organizzarsi” (per es., nel caso di mio fratello, rendendosi impossidente), già sono cominciati i più svariati escamotage per tentare di disconoscermi i diritti, in primis, ed è la cosa più offensiva di tutte, quello di figlia di mia madre. Non può essere un’adozione, peraltro abnorme e mostruosa, avvenuta in famiglia, a mettere in dubbio il mio status di figlia: è un fatto naturale, uno status talmente ovvio, che nessuno dovrebbe mai arrogarsi il “diritto” di poter solo immaginare di metterlo in discussione!… Ho denunciato questa drammatica storia, perché non bisogna dimenticare, né temere la verità ed è fondamentale combattere l’omertà (perorata dalla cultura mafiosa) e l’atteggiamento di sottomissione, che giova a chi delinque. Nel contempo, vorrei facesse da monito a chi intendesse compiere atti come quelli riservati a me, rappresentando invece un incoraggiamento alle vittime, a non chinare la testa, a denunciare i loro aguzzini. Si sono occupati della mia vicenda di vita e giudiziaria, vari media, in particolare: Il Mattino di Napoli (ed. Avellino del 4/05/2019), il FattoQuotidiano on line del 13/05/2019, il FattoQuotidiano cartaceo del 3/3/2020 (reperibile altresì on line), nonché il portale arianonews24. In questi anni tormentati, ho ricostruito minuziosamente il progetto criminale perpetrato nei confronti miei e di mia madre e scritto un libro, che darò alle stampe.

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Floriana Mastandrea

Giornalista, scrittrice, sociologa: per una società più equa, la giustizia giusta e i diritti, soprattutto per i più deboli. Combattente per indole e per necessità.
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