Le donne partigiane diedero un enorme contributo alla Resistenza, che è ancora ignorato o poco conosciuto                                                                                                                                                    Il 25 aprile del 1945 cominciava la fase finale della Resistenza che avrebbe condotto alla liberazione dell’Italia da nazisti e fascisti, dopo vent’anni di dittatura e cinque di una guerra che aveva coinvolto il mondo intero. Da Nord a Sud, oltre 55 mila donne rischiarono la vita facendo da staffette, fondarono squadre di primo soccorso per aiutare feriti e ammalati, contribuirono alla raccolta di indumenti, cibo e medicinali, si occuparono dell’identificazione dei cadaveri e dell’assistenza ai familiari dei caduti. Erano abili a camuffare armi e munizioni: quando venivano fermate dai tedeschi, riuscivano spesso ad evitare la perquisizione, dichiarando compiti importanti da svolgere, familiari ammalati, bambini affamati da accudire. Molte imbracciarono anche il fucile e presero parte ad attentati e agguati, ma tante furono anche quelle che vennero torturate e uccise. Alcune ricoprirono ruoli politici, come fu per Gisella Floreanini, punto di riferimento per gli antifascisti italiani, prima donna in Italia con un incarico governativo nella Repubblica partigiana dell’Ossola, tra settembre e ottobre 1944. Responsabile dei Gruppi di difesa della donna e Commissario all’assistenza e ai rapporti con le organizzazioni di massa della Repubblica dell’Ossola, nei “40 giorni di libertà” della Repubblica, divenne Presidente del Comitato per l’organizzazione delle donne. Alla fine del conflitto fu componente della Consulta Nazionale in seguito, eletta deputata alla Camera. Un’altra donna che nella Resistenza ricoprì ruoli politici, fu Nilde Iotti. Giovanissima, seguì le orme del padre, morto quando lei era ancora adolescente, e si iscrisse al PCI (Partito comunista italiano). La sua prima funzione nella Resistenza, fu quella di porta-ordini, poi di responsabile dei gruppi di difesa della donna, essenziali nella raccolta di indumenti, medicinali, alimenti per i Partigiani. Dopo il Referendum del 2 giugno 1946, Nilde Iotti fu eletta in Parlamento, prima come deputato e poi come membro dell’Assemblea Costituente e contribuì a creare l’articolo 3 della Costituzione italiana, in cui si sancisce l’uguaglianza dei cittadini.                                                                                                                Un prezioso Memoriale della Resistenza Italiana col contributo dell’ANPI e dello SPI CGIL, è stato da poco allestito da Laura Gnocchi e Gad Lerner sul sito: www.noipartigiani.it. Vi si trovano le testimonianze di Partigiani dagli ottant’anni in su e molte sono le donne. Ne abbiamo scelte solo alcune a mero titolo esemplificativo, riportando qualche passaggio delle interviste, tutte utili, significative ed emozionanti: sono la Storia per tutti coloro che non l’hanno vissuta e non la conoscono, ignorando il sacrificio che ha aperto la strada ai diritti costituzionali di cui oggi possiamo ampiamente godere.                                                    Teresa Vergalli (dalla Sezione La frase): “Mi avevano regalato una pistola piccola, cromata, che mettevo nel reggiseno e se mi avessero presa, l’avrei puntata alla testa, perché sapevo che le torturavano… le donne!”.                                                                                                                                     “Quando dal balcone di casa, vidi arrivare le macchine di partigiani e lo sventolio del tricolore, ero talmente felice, che credevo di cadere giù!”. Parla Giulia Re, nata nel 1926 a Milano, detta “Giulietta”. Padre operaio tornitore, madre stiratrice, fin da piccola Giulietta apprende dal padre, iscritto al PCI, i valori dell’antifascismo: a 12 anni diventa staffetta partigiana portando volantini, finché non consegnerà anche le armi utilizzando le custodie dei violini o delle chitarre.                     “Si combatteva per un’Italia democratica, dove ci fosse rispetto per ognuno, giustizia sociale e la scuola per tutti i bambini”. Assunta Masotti, nata a Conventello (RA) il 25 luglio 1922, contadina. Sottolinea come la sua vita coincida con la presa dei pieni poteri del regime fascista, che ha perseguitato il padre, un “idealista severo”, arrestato brutalmente la notte del 26 dicembre del 1928. Fu staffetta partigiana per il comandante Arrigo Boldrini (nome di battaglia “Bulow”) ed era incaricata di sensibilizzare e organizzare alla lotta, le donne.                                                        “L’antifascismo in casa di mia madre si respirava come l’aria, era nelle nostre vene, tutti lo sapevano”. Francesca Laura Wronoski studentessa, nata a Milano il 1° gennaio 1924, è la nipote di Giacomo Matteotti, educata nel suo culto. Il padre fu arrestato per qualche mese, lei si trasferì in montagna, dove poi trasportò anche i suoi genitori. “Laura”, “Kyky”, faceva parte della Brigata Giustizia e Libertà dedicata a Matteotti ed era fidanzata con Sergio Kasman, detto Marco, venduto da una spia e ucciso a Milano il 9 dicembre 1944: aveva 23 anni. Laura parteciperà alla liberazione di Genova il 24 aprile. “Non ieri, quando ho messo in pericolo la mia vita per ideali in cui credevo, ma oggi, che vedo quest’Italia piatta, ignorante, gretta e meschina, mi chiedo se ne sia valsa la pena”.                                                                                                                                                   La sua storia è nel libro di Zita Dazzi, “Con l’anima di traverso” e nel libro di Gad Lerner e Laura Gnocchi, “Noi, partigiani” (ed. Feltrinelli).                                                                                                     “Ero bambina, pensavo fosse un gioco: ho visto spingere le ragazze, una aveva in braccio una bambina di 2 mesi, uno dei tedeschi gliel’ha strappata, l’ha lanciata in aria e le hanno sparato come fosse un piccione, poi hanno ucciso tutti gli altri”. Altre incredibili atrocità racconta nella sua toccante testimonianza, Lauretta Federici, scampata per caso all’eccidio di 173 persone nel suo paese, Vinca (MS), il 24 agosto 1944 ad opera di fascisti e tedeschi agli ordini di Walter Reder, lo stesso che ordinò la strage di Marzabotto.                                                                                    Mirella Alloisio, nata a Sestri Ponente (GE) nel 1925, fornisce una lucida testimonianza del contesto socio-politico di allora, descrivendo la forte coscienza antifascista insita nella classe operaia delle numerose fabbriche del grande quartiere genovese. Staffetta con nome di battaglia: “Olga”, “Marika”, “Rossella”, nella segretaria operativa del CLN Liguria, è stata decorata con la Croce di guerra. Cosciente senza esitazione, di essere stata fin dall’inizio dalla parte giusta, soprattutto dopo aver visto ammazzare sotto gli occhi dalle Brigate nere, il comunista Iore Germano, ovvero colui che l’aveva fatta entrare nella Resistenza. Mirella ha curato la pubblicazione di “Mille volte no, testimonianze di donne della Resistenza” e, con Giuliana Gadola Beltrami, “Volontarie della libertà 8 settembre 1943 – 25 aprile 1945”. La sua testimonianza è raccolta nel libro “Noi partigiani”.                                                                                                                    Non saremo mai abbastanza grati ai Partigiani, a cui dobbiamo democrazia e libertà, che oggi più che mai siamo chiamati a difendere e preservare perché nulla è acquisito per sempre: non dimentichiamolo e, anche in loro nome, operiamo per creare un nuovo Risorgimento dei diritti, prima che sia troppo tardi!

Floriana Mastandrea