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Gianni Mazza, Premio personalità dell’anno per la Musica: riuscire richiede umiltà e gavetta

Compositore e direttore d'orchestra, noto ai più come il Maestro Mazza, è un personaggio poliedrico, spiritoso e dissacrante, peculiarità che gli consentono di calcare il palcoscenico artistico costantemente negli anni. Di formazione jazz, inizia la carriera come insegnante di canto e pianista nelle sale d’incisione romane , poi tastierista del gruppo dei Freddie's, complesso romano degli anni Sessanta, e nel 1965, partecipa come cantante al Festival degli sconosciuti di Ariccia. Dal 1966 diventa tastierista nel gruppo di Little Tony e nel1970 forma The Ambassadors, il gruppo che lo accompagna, e che incide anche a nome proprio. Diviene quindi arrangiatore della Little Records, etichetta di proprietà di Little Tony. In seguito realizza molti dischi di altri artisti, tra cui Gianni Morandi, Ornella Vanoni, Stefano Rosso, I Cugini di campagna, Anna Melato, Corrado e Renzo Arbore, per il quale crea il primo LP, intitolato “Prima che sia troppo tardi”, ovvero cantautore da grande. Prende parte a molti programmi televisivi, da: Tutti insieme compatibilmente, di Nanni Loy (1980) a Ciao Gente di Corrado (1983-1984). L'incontro con Arbore gli consente di raggiungere la grande notorietà con la partecipazione a Telepatria International (1981), Cari amici vicini e lontani, Quelli della notte (1984-1985) e Indietro tutta!, dello stesso Arbore, al quale offre spesso sponde per le sue gag, da sempre in bilico tra demenzialità, sana goliardia, e trash di “qualità”. Direttore d'orchestra in altri numerosi varietà della Rai, ha anche composto le musiche di diversi film: Casotto, di Sergio Citti (1977), Il tango della gelosia, di Steno (1980), Il giorno del Cobra, di Enzo G. Castellari (1980), Grunt! di Andy Luotto(1983), Mutande pazze, di Roberto D'Agostino (1992), Positano, la miniserie tv di Vittorio Sindoni (1996). Come attore ha recitato ne: Gli inaffidabili, di Jerry Calà (1997) e in Prigionieri di un incubo, di Franco Salvia (2001). Nel 1991 ha partecipato al Festival di Sanremo nella categoria Nuove Proposte con la canzone Il lazzo, e nel1997 ha pubblicato l'album Mazza... che domenica!, approdando, nello stesso anno a Domenica in con Mara Venier e in seguito con Fabrizio Frizzi. Fino al 2005 ha fatto parte del cast di Piazza Grande di Michele Guardì (Rai Due), mentre dal settembre 2006 è passato a Buona Domenica, su Canale 5. Nel 2009 ha inciso il CD:Tutta colpa di mia moglie edito da Rai Trade, raccolta di sigle celebri della tv come: Zumzumzum, Cicale, Stasera mi butto, Dadaumpa, rivisitate con umorismo dissacrante.

Fisico asciutto su jeans rossi, capelli corti che gli donano un’aria più giovane, immancabile piglio ironico, gli abbiamo chiesto se ritenga utili i festival per scoprire nuovi talenti…                                                                                                                Tutto può essere utile: intanto chi partecipa a questi concorsi fa un’esperienza formativa. Prendervi parte può essere utile ai giovani per acquisire maggior convinzione e vedersi infondere quel coraggio che serve a studiare di più. E può servire anche ai parenti. Non si deve però pensare che partecipare a un festival significhi avere il successo a portata di mano. Il successo non viene nemmeno dall’andare in televisione: altri sono gli ingredienti che servono per riuscire.

Carlo Delle Piane: il modello televisivo fuorviante per chi vuol fare bene questo mestiere

Pupi Avati è stato il regista che l’ha valorizzata di più e lei gli ha recentemente dedicato un documentario: cosa ha caratterizzato il vostro rapporto?                                                                                                                                                               Ho iniziato la mia carriera di attore fin da bambino, e la svolta l’ho avuta quando ho incontrato Pupi Avati: con lui si è creato un ottimo sodalizio lungo circa vent’anni che mi ha dato modo di esprimere al meglio le mie qualità artistiche. Siamo cresciuti insieme artisticamente realizzando molti film e lavori televisivi, siamo stati più volte a Venezia e abbiamo anche vinto molti premi.   

Marina Pennafina: la testardaggine premia, ma a Bolognini devo tutto

Marina Pennafina, Premio Troisi Festival 2013 per la categoria Actor popular                                                                           Dal 9 al 14 ottobre parteciperà al 29th Alexandria Mediterranean Countries Film Festival in veste di giurata                      Dal teatro, al cinema, alla tv: come hai scoperto la tua vocazione?                                                                       Decisi di fare l’attrice, dopo l’iscrizione casuale, dovuta più alla curiosità, che mi portò alla scuola Leonardo Bragaglia di Nettuno. Anche se non sembrerebbe, perché ho un carattere solare, in realtà sono una timida. Frequentare quella scuola mi ha dato la possibilità di vincere la timidezza e di acquisire una grande apertura caratteriale. Dovetti però scontrarmi con i miei genitori, che non volevano che facessi questo mestiere. Fui testarda e in seguito mi iscrissi al “Cenacolo” a Roma, dove tra gli altri, presi lezioni da Juliette Maniel e Fausto Costantini, poi al Living Theatre con Christine Cibils dove, sulle basi di una tecnica tradizionale imparata in precedenza, feci teatro sperimentale sulla voce e sull’improvvisazione. È stato quel linguaggio di ricerca che mi ha completata nella formazione, consentendomi di trovare la strada che più mi interessava. Da quel momento ho cominciato a fare degli spettacoli e frequentato gli stage biennali di teatro-danza contemporanea con Pina Bausch e Lindsay Kemp. La svolta a circa una settimana dal mio matrimonio: avevo già fatto una parte con lui in televisione, Casa ricordi, quando Mauro Bolognini mi propose di recitare ne, Il berretto a sonagli, insieme a mostri sacri come Paola Borboni e Giustino Durano. Ero talmente entusiasta, da essere disposta a rimandare il matrimonio, ma lui mi dissuase, dicendomi che al ritorno del viaggio di nozze avremmo iniziato le prove. Mi prese letteralmente per mano, portandomi dal suo parrucchiere personale per trovare il tono di rosso giusto per i miei capelli: era un perfezionista. Quel mio primo debutto fu entusiasmante, un grande regalo. Continuai ancora con lui in Così è se vi pare, con Alida Valli e poi col maestro Giancarlo Sepe insieme a Tieri Lo Iodice. Quindi sono arrivate le fiction, a cui è seguito il cinema.                                                                                                                                                                           Credi sia fondamentale imparare prima la recitazione teatrale e poi perfezionarsi con il cinema?                                                                                               Secondo me un personaggio non si deve recitare, ma interpretare, lasciando che venga fuori, in maniera naturale, dalla propria anima. La misura giusta sia per il cinema sia per il teatro, è interpretare con naturalezza, lasciare che emerga dall’anima. La differenza tra teatro e cinema è che in teatro bisogna enfatizzare voce e gestualità, mentre per il cinema bisogna togliere. Al personaggio si arriva con una metodologia di studio che è la stessa, cambia solo la tecnica, da usare con versatilità a seconda che si impieghi per l’uno o per l’altro mezzo.                               L’esperienza di Maternity Blues                                                                                   Dopo alcune parti con la Cavani e Verdone, qui ho interpretato un ruolo da protagonista, Vincenza, che mi era rimasta nell’anima. L’avevo interpretata in teatro nel 2003, col titolo di From Medea,  innamorandomi del personaggio. Tempo dopo ebbi modo di vedere un film di Fabrizio Cattani, Rabdomante: capii che aveva la sensibilità giusta per affrontare il tema dell’infanticidio, un argomento insieme forte e delicato. Lo incontrai e gli proposi di trasformare la pièce teatrale in film. A Venezia il film ottenne 15 minuti di applausi (c’era anche il maestro Olmi ad applaudirci), in seguito, diversi premi. Un personaggio così profondo e travagliato ti rimane nell’animo. Interpretare Vincenza mi ha consentito di fare a fondo un viaggio nella sofferenza. Non è stato semplice interpretare una madre infanticida, un tipo di dolore, malattia e senso di colpa, lontani da me. Ho dovuto abbandonare l’idea del perché avesse fatto ciò che ha fatto e ho cominciato a vivere la vita di una donna casalinga con una serie di frustrazioni, come mia madre, che ho cominciato ad osservare. Mi sono calata in quel tipo di vita e man mano mi sono accorta di una trasformazione fisica naturale, un modo di camminare grave come una sorta di peso sullo stomaco, organo su cui avevo somatizzato inconsciamente il dolore della sua personalità. Quando “sono arrivata ad uccidere”, ho provato un forte senso di colpa, perché Vincenza era molto religiosa, come lo sono io, sebbene non sia una grande praticante. Interpretarla mi ha fatto vivere anche la dimensione del senso materno. È stato un lavoro capillare in cui mi sono calata in un’altra vita e partendo da quel tipo di frustrazione, ho lasciato che le cose accadessero. Con l’infanticidio (ce l’ha spiegato anche l’analista) un amore malato verso se stesse, le donne uccidono una parte di sé, quella che non accettano, che non amano e lo fanno in terza persona, in una frazione di secondo, altrimenti non potrebbero. È il corto circuito di un attimo, un punto di non ritorno della coscienza. Ho faticato a “sdoganarmi” da Vincenza, ho faticato per uscire, ma l’importante è ricordarsi sempre che si tratta di un ruolo che richiede il giusto distacco, altrimenti si rischia ogni volta che si interpreta, di uscirne distruttiCosa serve ai ragazzi di oggi che vogliano fare teatro o cinema?                                            In primis la passione. Se non si ha un grande amore unito allo studio, che consente di amplificare le capacità, non si può resistere ai momenti negativi. Recitare è un’arte molto bella, ma non semplice: richiede pazienza, perseveranza, volontà e capacità di emozionarsi ed emozionare. Non sempre il successo arriva, almeno nell’immediato. Non solo: non sempre arriva anche se lo meriti. Si dovrebbe scegliere di fare l’attore per emozionarsi e regalare emozioni, quello che conta è far arrivare al pubblico il personaggio. La cosa più bella è sapere che hai lavorato bene, che ciò che volevi trasmettere è arrivato. Fatto fine a se stesso, questo mestiere può essere gratificante, l’importante è riuscire a mettere in scena il proprio lavoro ed essere apprezzato. La notorietà è un’altra cosa, è aleatoria, e dipende da vari elementi, tra cui la fortuna. Può esserci per un po’, poi scomparire, bisogna averne consapevolezza e soprattutto, una personalità molto equilibrata, altrimenti meglio scegliere un mestiere diverso.                                                                                                                      Progetti in corso?                                                                                                                                       Tra breve uscirà per la televisione Un caso di coscienza 5, in cui interpreto il ruolo di un’assistente sociale che cerca di mandare a buon fine le pratiche di adozione, ma si trova a destreggiarsi con una pratica dubbiosa. Sto iniziando a preparare una nuova fiction per la Rai, Le due leggi, con la regia di Luciano Mannuzzi. Interpreterò il ruolo di una carcerata amica di Elena Sofia Ricci,                                                                                                                                                             Carmela.  Floriana Mastandrea

Renato Scarpa, Premio alla Carriera: Massimo, uomo onesto e sensibile, attento al sociale

Che ricordo ha del suo incontro col collega Troisi?                                                                                                                               Fui scelto da Massimo Troisi per Ricomincio da tre, il suo primo film. Lui proveniva da una trasmissione televisiva di successo Non stop (1977), che ora stanno riproponendo. Mi aveva visto nel film di Carlo Verdone (Un sacco bello) e decise che avrei potuto fare la parte del ragazzo un po’ spastico.                                                                                                       Ogni volta che mi chiedono di Massimo, mi viene in mente una frase di Dickens: “Lei è una di quelle persone che si incontrano quando la vita ha deciso di farti un regalo”. Ed è stato proprio così, Massimo era un inusuale e limpido professionista, ma prima di tutto un uomo dallo sguardo trasparente. Ebbi subito per lui una grandissima simpatia, capii benissimo di cosa si parlava e ci intendemmo immediatamente. Lui sapeva che il ruolo del famoso “pirla”, per dirla alla milanese, mi era congeniale. Io non feci altro che pigiare sulla mia autobiografia di figlio unico di madre vedova e orfano di guerra, e nacque il personaggio di Robertino, che mi fece sentire per la prima volta celebre. Ricordo un episodio molto buffo legato al personaggio: una volta una signora a Napoli mi disse: “Lei in quel film mi ha fatto molto ridere, era proprio ebete” e io: “grazie signora, molto gentile” (ride). Evidentemente l’interpretazione era riuscita.

Gatto Panceri, Premio Personalità dell’anno 2013 per la categoria Cantautori: il successo, l’abbraccio collettivo, surrogato alla famiglia

Luigi Giovanni Maria, in arte Gatto, come hai scoperto la tua vocazione per la musica?

Sono figlio di ragazza madre e probabilmente da piccolo mi è mancato qualcosa, che ho ricercato al di fuori della famiglia, nella gente. Così si spiega la fatica, e la voglia di scrivere canzoni, di percorrere tanti chilometri per un applauso, i sacrifici per cercare un abbraccio collettivo. È stata questa la molla per andare avanti che mi ha spinto, e credo che anche nella

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