SENATO_940x380.jpgcollage_940x380.jpgfloriana.jpgfloriana1.jpegfloriana_mastandrea_giorgio_albertazzi.jpgfloriana_mastandrea_ugo_pagliai_giuseppe_marino1.jpgfloriana_premio_della_sera.jpgfloriana_premio_della_sera1.jpgfloriana_premio_della_sera2.jpgfloriana_sorridente_940x380.jpg

Strict Standards: Only variables should be assigned by reference in /web/htdocs/www.florianamastandrea.it/home/plugins/content/plgBonckoSlideShow/plgBonckoSlideShow.php on line 118

Strict Standards: Only variables should be assigned by reference in /web/htdocs/www.florianamastandrea.it/home/plugins/content/plgBonckoSlideShow/plgBonckoSlideShow.php on line 118

Blog di Floriana Mastandrea

Fool, I comici in Shakespeare Come reinterpretare con brio opere shakespeariane

Teatro Duse di Genova dal 25 al 27 novembre                                                                                                   In una notte surreale, un omino piccolo e magro senza scarpe, suona il benjo e canta malinconicamente "Moon river". Rievoca il "fool" (matto) di Re Lear, che viene a sua volta interrotto dall'ingresso di altri "fool", intenti a preparare la rappresentazione di Piramo e Tisbe, come nella scena dei comici di Sogno di una notte di mezza estate. Le divergenze tra "fool", però conducono la compagnia verso altre direzioni che si rifanno alquanto a modo loro, a Shakespeare. Comincia così un brioso viaggio nelle commedie e nelle tragedie dell'autore inglese per eccellenza, in un'esplosione pirotecnica di sapiente follia su sfondi di un teatro dell'assurdo, che dal circense si estendono gradualmente al country western, fino al varietà e all'avanspettacolo. Il "fool" è lo spiritaccio beffardo che confonde, per il quale nulla è come sembra e tutto è lecito. È l'antenato dei nostri comici fustigatori, che può lanciare invettive contro i potenti senza finire sulla forca. Il matto invita lo spettatore a perdere la bussola, lo trascina inaspettatamente dietro le sue divagazioni, talvolta anche reintepretando piuttosto liberamente il testo di Masolino D'Amico, soprattutto, "se c'è la risposta del pubblico", come ci ha confidato Roberto Alinghieri, uno degli interpreti principali, che ha sottolineato come "la nudità dell'attore sia un modo per mettersi alla prova, una sfida, pur attenendosi al canovaccio". Altro protagonista, Adolfo Margiotta, che ha evidenziato: "l'importanza dell'irriverenza della follia. Per un attore recitare un folle consente di spaziare poiché la follia non ha confini. Il testo ci ha consentito di spaziare e così ce lo siamo un po' cuciti addosso, adattandolo a noi. Siamo stati tutti compagni di accademia, quindi tra noi c'è un buon feeling, c'è complicità, anche quando improvvisiamo". A completare il cast, Marco Avocadro, Fabrizio Matteini, Mauro Parrinelli. Esplosiva la scenografia, anch'essa dai toni surreali, di colori e costumi, di Guido Fiorato. I cinque ottimi attori sono stati direttti da Consuelo Barilari, già direttrice e ideatrice del Festival dell'eccellenza al femminile (giunto all'ottava edizione), la quale non ci ha nascosto la difficoltà a farsi dar retta da un cast tutto al maschile: "Quando gli uomini, seppur di spettacolo, vedono una donna far loro richieste, non l'accettano volentieri, è come se non le riconoscessero il ruolo autoritario, poi l'ascoltano, ma ci arrivano perché costretti dai fatti e dal cuore. All'inizio, anche se si tratta di amici con cui ci conosciamo da molto tempo, come in questo caso, è sempre una lotta. Il fool shakesperiano - aggiunge la regista - non crede in nulla e di tutto ride: indispensabile alla società che però lo sfugge, ci mostra come il bene e il male convivono nella natura umana e si esprimono nei gesti quotidiani. Con uno sguardo che oltrepassa epoche e cultura, il fool si fa specchio delle nostre intemperanze, denunciando l'assurdità dilagante e l'ipocrisia del potere".

Uno spettacolo intelligente e divertente che consigliamo a tutti, adatto anche ai più giovani, anche se per loro (o forse, a pensarci bene, per tutti) consiglieremmo un prologo, al fine di addentrarli adeguatamente in King Lear, Sogno di una notte di mezz'estate, Come vi piace, Molto rumore per nulla, La bisbetica domata, fino a I due gentiluomini.

Floriana Mastandrea

La verità del pentito

Le rivelazioni di Gaspare Spatuzza sulle stragi mafiose

“Com’è stato possibile credere, per quasi vent’anni, a una ricostruzione falsata sulla strage di Via D’Amelio, avallata da processi e sentenze? Complotto, depistaggio o errore giudiziario? Le indagini sono in corso. Ma senza Spatuzza si sarebbe mai scoperto tutto questo?”. Una lecita domanda dell’autrice, Giovanna Montanaro, sociologa, studiosa dei fenomeni di criminalità organizzata, già consulente della Commissione parlamentare antimafia.                   

Quando, nel giugno del 2008, Gaspare Spatuzza decise di collaborare con i magistrati, i processi sulle stragi del 1992 e del 1993 erano stati celebrati da anni e le sentenze di condanna confermate in Appello e in Cassazione. Le sue dichiarazioni si riveleranno dirompenti: ricostruzioni dettagliate e puntellate da particolari riscontrabili, spazzeranno via la verità ribadita in tre gradi di giudizio, portando alla luce una nuova, che completa o rettifica il quadro degli attentati di Firenze, Milano e Roma, riscrivendo intere pagine del processo per l'assassinio di Paolo Borsellino. Chi è Gaspare Spatuzza, il collaboratore chiave, le cui rivelazioni sono paragonate, per la loro importanza, a quelle che Tommaso Buscetta fece a Giovanni Falcone? L'autrice del libro, che ha ottenuto da Spatuzza un'intervista esclusiva, lo definisce «un pentito da manuale». Un ragazzo cresciuto agli ordini dei fratelli Graviano, capimafia di Brancaccio, che agisce nel «gruppo di fuoco» del loro mandamento. Rapine, estorsioni, circa quaranta omicidi – fra i quali quello di don Puglisi – fino al 1997, anno dell’arresto. E poi un lungo, sofferto cammino di pentimento e conversione religiosa, che lo conduce a una svolta esistenziale e alla decisione di dire la verità, di mettersi dalla parte dello Stato. Attraverso il racconto del pentito, le voci dei magistrati e l'analisi delle migliaia di pagine degli atti giudiziari, l'autrice ricompone il complesso quadro dei fatti criminali del periodo stragista. Grazie al contributo del pentito, ricostruisce un pezzo di storia della mafia, del suo agire, delle sue regole, della sua cultura, delle sue strategie di morte. Attraverso Spatuzza ci si addentra nell’“ideologia mafiosa”, fatta di obbedienza a pseudo valori, codici culturali (rispetto, onore, omertà), riti iniziatici, regole e comportamenti.     Dalla prefazione di Pietro Grasso: “In queste pagine, ciascuna delle indicazioni fornite da Spatuzza è collocata nella storia complessa delle stragi, confrontata con verità precedenti poi smentite, studiata nei suoi effetti, e in questo modo la ricostruzione del periodo stragista del ’92 - ’94 appare tanto chiara e coerente come non è mai stata, fino a pochi mesi fa, neppure nelle aule dei tribunali”.                                                                                 Giovanna Montanaro collabora con l’associazione Libera e la rivista Narcomafie. È coautrice del volume, a cura del Gruppo Abele, Dalla mafia allo Stato. I pentiti: analisi e storie (2005). Ha scritto alcune voci per il Dizionario enciclopedico di mafie e antimafia (2013). Sulla criminalità organizzata e in particolare sul fenomeno del pentitismo, ha tenuto corsi e seminari presso le Università di Napoli, Bologna, Perugia e Roma.

La verità del pentito

GIOVANNA MONTANARO

Sperling & Kupfer   € 17

Floriana Mastandrea

Il Paradiso dei Diavoli di Franco Di Mare Rizzoli

 

Marco tornò al giornale con qualche certezza e molti dubbi. Sapeva di aver fatto quello che andava fatto, tanto per stare alle cose sicure. Aveva intervistato il solo testimone oculare, che era poi anche il figlio della vittima. Aveva raccolto una preziosissima ricostruzione dell’omicidio, che rivelava una dinamica inusuale, spaventosa, con un bambino legato dal suo stesso papà e costretto a sentirlo urlare mentre l’assassino lo uccideva a pochi passi, dietro una cortina di mattoni nudi. Era un piccolo colpo giornalistico, quello. Marco conosceva gente disposta a vendersi entrambi i genitori per una cosa del genere. Il giorno dopo, quando avrebbero letto la sua ricostruzione del delitto attraverso le parole del piccolo Michele, ai colleghi della concorrenza sarebbe venuto un attacco di gastrite”. È la descrizione che ci consente di addentrarci nella personalità e negli scenari di un cronista di nera con 26 anni di mestiere, una delle molteplici personalità descritte con dovizie di particolari, protagoniste del romanzo ambientato a Napoli, “il golfo più bello del mondo e culla del male, che contagia senza distinzione di cultura”. Un criminale di professione ha appena commesso l’ennesimo omicidio, usando la tecnica della botta 'nfaccia, il suo segno distintivo. Stavolta, però, ha risparmiato la vita al figlio della vittima, insinuando il dubbio sia nel cronista sia nel commissario, di un “killer gentiluomo”. “Ma valeva la pena calcare la mano su un titolo di giornale che avrebbe potuto alimentare il mito della delinquenza?” – si chiedeva Marco, che già immaginava i titoli dei giornali e il tg regionale che li avrebbe ripresi: Killer e gentiluomo uccide il padre e risparmia il bambino. Gli tornò in mente quel dibattito a cui aveva partecipato un paio d’anni prima, per presentare il saggio di un giovane autore che scriveva di Napoli tra virtù e peccato, tra abisso e resurrezione. Uno dei problemi endemici della città era stato analizzato e descritto da quel sociologo americano già negli anni Cinquanta, Edward Banfield. Era stato lui a parlare di familismo amorale. Nel Mezzogiorno (e Napoli ne era la capitale indiscussa) erano pochi quelli che si muovevano nei confini tracciati dalle norme, sosteneva l’americano.

Una memoria semplice Raccolta di scritti e pensieri - Ranieri Popoli

"Un mondo che in quest'ultimo secolo ha compiuto straordinarie conquiste nel campo delle scienze, della tecnica e delle relazioni internazionali, non è riuscito ancora a sconfiggere, tantomeno a scalfire, le diffuse e sempre più profonde sacche di ingiustizia sociale e umana, nonché di differenza di condizioni di vita e di civiltà tra il Nord e il Sud del pianeta e all'interno dei singoli Paesi. La globalizzazione, fino ad ora, ha oggettivamente allargato questa forbice e la ricchezza e il potere sono concentrati sempre più nelle mani di pochi". È l'incipit de Le nuove schiavitù, dal capitolo I dannati del nuovo millennio: l'umanità vittima della logica del profitto. Ranieri Popoli, classe 1963, ripercorre gli itinerari della memoria per fare un viaggio a ritroso nel suo impegno umano e politico, iniziato fin dai 17 anni a Tufo, cittadina della provincia di Avellino di cui è originario, famosa anche per la produzione del Greco, vino Doc. Figlio di genitori operai nelle miniere di zolfo, nel 1980 si iscrive alla FGCI, con la tessera firmata dall'allora Segretario nazionale Massimo D'Alema, nel 1982 prende la tessera del Partito comunista firmata da Enrico Berlinguer, fino all'iscrizione ai Ds, realizzando il "percorso politico e istituzionale del classico militante comunista, quando il partito era ancora la nostra vita e non si disperdeva nella rete", per dirla con le sue parole.

LO SPICCIAFACCENDE

“36 Il simbolo con il quale Achille Occhetto cambiò la storia del più grande partito della sinistra italiana… sette lettere… lo so, lo so bene perché è da lì che sono iniziati i problemi. Perché cambiare il nome? Questo non l’ho mai capito. Quella bella falce e martello non andava bene? Cambiando cambiando, hanno modificato l’anima di un grande partito. Berlinguer si starà rivoltando nella tomba. I comunisti italiani sono stati un’altra cosa rispetto al comunismo. Ci hanno fatto diventare prima rafanielli rossi fuori e bianchi dentro e poi cipolle: tutti bianchi. Chi se lo sarebbe mai aspettato che il Partito comunista italiano si sarebbe trasformato in Democrazia cristiana? Assurdo, ma è proprio così! Ritorniamo al cruciverba altrimenti la bile al fegato aumenta ed io non mi posso intossicare… Sette lettere? Quercia… addò piscene e cane!”. Dalla sua macchina-ufficio ambulante, alle prese con il cruciverba, è Mario, un ex ispettore di  polizia, licenziato per aver protetto un suo collega, marito e padre di due figli. Durante una rapina, mentre Mario stava cercando di mediare, il collega, a cui si era inceppata la pistola nella fondina, gli aveva preso la sua e aveva ucciso i due ladri. Al processo, Mario non aveva raccontato come erano andati realmente i fatti e per questo si era guadagnato il licenziamento dalla polizia e il grande rispetto degli amici e colleghi. Cosa fare però, ora che a cinquant’anni era rimasto improvvisamente disoccupato?  La creatività napoletana, in coerenza con le sue origini e i luoghi in cui dopo aver lavorato nella nebbiosa Crema, era tornato a vivere, lo avrebbe salvato o quantomeno, gli avrebbe fornito qualche opportunità. A Castellammare di Stabia, in un monolocale, Mario cantava il neomelodico sotto la doccia e viveva di espedienti: avrebbe fatto qualunque cosa gli fosse stata chiesta, salvo spacciare o creare morte, perché aveva un’etica e una morale. Mario, dotato di quel senso di fatalismo e ironia che solo l’appartenenza a un mondo che aveva fatto della necessità di arrangiarsi, un’arte, poteva conferirgli, elogiava la lentezza,

DALLA NEVIERA AL FRIGORIFERO

Come ha gestito l’Italia prostata, immiserita e distrutta il dopoguerra? Il 20% del patrimonio nazionale era stato distrutto: Milano, Torino, Genova, Napoli, uscivano duramente provate e molti paesini erano stati bruciati dal passaggio degli eserciti. Le derrate alimentari scarseggiavano, a cominciare dal pane. Disastrosa la situazione dei trasporti: linee ferroviarie divelte, ponti distrutti dai bombardamenti o dalle truppe in ritirata; l’80% dei vagoni ferroviari inutilizzabile, il 60%, tra macchine e locomotive, perdute. Per i primi tempi si dovette viaggiare con i più disparati mezzi di fortuna. Quello scenario spronò le coscienze a una forte e nuova volontà di riscatto: si diffuse ben presto un clima di operosità e fiducia nell’avvenire del Paese mai registrato prima. Lo Stato nato dalle rovine della guerra e sull’onda dell’entusiasmo della Resistenza non era più quello paternalista della tradizione liberale e moderata del Risorgimento: le masse, che vi erano entrate di pieno diritto, divenivano soggetto della vita pubblica. I sindacati avevano acquisito forza. Iniziava l’età dell’uomo senza miti, seguendo il filosofo cattolico Felice Balbo, ossia l’età dell’uomo libero dalle aberranti ideologie nazionalistiche che avevano portato alla più catastrofica delle guerre. Una nuova visione che includeva il riequilibrio dello sviluppo tra Nord e Sud. Già nel 1946, buona parte dei trasporti era stata ripristinata e il Nord ben presto avrebbe registrato una produzione industriale superiore a quella dell’anteguerra. Al modello Valletta della FIAT, basato su una rigida organizzazione del lavoro, si contrapponeva quello di Adriano Olivetti, imprenditore illuminato, che trasformò la sua azienda in un “successo a misura d’uomo”, nella convinzione che solidarietà e profitto non fossero in antitesi. Nel Mezzogiorno i contadini, acquisita una coscienza di classe, cominciarono a occupare i feudi per rivendicare i propri diritti. De Gasperi, presidente del Consiglio, avvertì la necessità di riequilibrare non solo i rapporti tra le classi, ma anche tra le diverse regioni, pena l’acuirsi della tensione, a danno della stabilità governativa. Tra il 1949 e il 1951, la riforma agraria consentì di espropriare i terreni incolti e consegnarli ai contadini più poveri perché li coltivassero. Nel 1950 nacque la Cassa per il Mezzogiorno, nell’obiettivo di effettuare investimenti al Sud, inteso come un insieme di necessità interdipendenti e connesse. Cominciò, da parte dei vari governi, uno sforzo mirato a integrare il Mezzogiorno con il resto del Paese, per completare l’unificazione economica e morale iniziata circa novant’anni prima. I risultati però, non furono quelli sperati.                                                                                L’Autore, nato in tempo di guerra, appartiene a una generazione a cavallo tra due epoche. Una generazione che, se da un lato ha subito le ristrettezze legate alla guerra e all’immediato dopoguerra, nel contempo, ha potuto beneficiare per prima dello sviluppo economico e della crescita democratica, iniziata negli anni Cinquanta. Una generazione passata, metaforicamente, in un breve intervallo di tempo, “dai ritmi del liscio, a quelli frenetici del rock and roll, e del twist: un’esperienza unica e irripetibile”. Ripercorrendo la microstoria personale, da abitante di Caposele, piccolo paese dell’hinterland irpino, attraverso il filo dei ricordi, Ceres ha ricostruito efficacemente un percorso utile a comprendere la macrostoria che ha interessato il nostro Paese fino al miracolo economico. Nulla è stato trascurato: gli aiuti americani, i sentimenti conservatori monarchici, le elezioni del 1948, il banditismo, l’istruzione, il DDT e la penicillina, l’emigrazione negli Stai Uniti, il Trattato di pace e la questione triestina, la Riforma agraria, il cinema, la televisione, il miracolo economico, la Legge truffa, le olimpiadi, fino a giungere ad Enrico Mattei.                                                                                                                       È possibile, si chiede l’Autore, rinnovare il miracolo economico per superare la crisi che ci attanaglia? “I giovani di oggi hanno impensabili comodità rispetto a quelli degli Anni Cinquanta, ma mancano di speranza, e di una classe politica e dirigente adeguata, capace di anteporre l’interesse nazionale a quello individuale, nonché della certezza, che noi avevamo, di vivere meglio dei nostri padri. Devono riprendere fiducia in se stessi e la coscienza della cultura del lavoro, ovvero la capacità di competenze utili e valide in ogni circostanza nell’avvio di attività utili per sé e per gli altri”. Una convinzione e un auspicio che la lettura di questo utile e scorrevole lavoro, possono solo rafforzare.

Floriana Mastandrea

MICHELE CERES

DALLA NEVIERA AL FRIGORIFERO

Viaggio negli anni del dopoguerra e del miracolo economico

DELTA 3 EDIZIONI

Pag.92 € 10

IL COLORE DELLA DEMOCRAZIA

Il principio delle repubbliche è l’uguaglianza, togliendosi la quale e condensandosi le ricchezze in mano di pochi, si apre la strada alla tirannia”. Lo sosteneva, già nel XVIII secolo, Pietro Verri, filosofo ed economista, ed è la linea portante e condivisibile del saggio di Arnaldo Miglino, avvocato cassazionista e docente universitario. Il lavoro tratta, in maniera discorsiva, l’evoluzione dei fatti storici e dei concetti che sostengono l’idea e la pratica della democrazia. Democrazia discende dalla parola greca antica demokratia, a sua volta derivante da demos, popolo, e da kratos, potere. Esprime dunque il concetto di potere popolare e, nell’uso che ne fecero i Greci, indica un particolare sistema di governo della collettività. Il termine democrazia compare per la prima volta nelle storie di Erodoto, che racconta di un sistema in cui le decisioni spettano a tutti, e quelle che non possono essere prese dal popolo direttamente, sono affidate a persone da questo controllate. Nell’elogio ai caduti della prima guerra del Peloponneso, Tucidide fa dire a Pericle. “Il nostro sistema politico non si propone di imitare le leggi di altri popoli, piuttosto siamo noi a costruire un modello per gli altri. Si chiama democrazia […]”. Se gli Ateniesi erano perfettamente consapevoli che la democrazia apparteneva alla loro civiltà, anche per noi moderni, la democrazia antica è quella di Atene: perciò non si può cogliere il senso della democrazia senza partire da quella ateniese, seguendo lo sviluppo storico degli eventi che l’hanno determinata. Per questo l’autore compie un approfondito excursus nella storia della democrazia, dividendo il libro in due parti. Nella prima, traccia la storia dell’Ellade dall’invasione dorica alle tirannidi, passando per la vittoria di Maratona fino all’età di Pericle, per giungere ai principi della democrazia ateniese. Nella seconda parte, si occupa delle invasioni barbariche dell’Impero Romano d’Occidente, fino ad arrivare allo stato assoluto; passa per la rivoluzione inglese, americana e francese, pone l’accento sul significato storico e istituzionale delle rivoluzioni liberali, analizza il diciannovesimo e il ventesimo secolo, per giungere alla democrazia contemporanea. Se inevitabili appaiono le differenze dovute al contesto storico e sociale, molte rimangono le analogie tra la democrazia antica e quella moderna, immaginata e realizzata, entrambe basate su principi essenziali. Valori fondanti, la libertà, l’uguaglianza e la solidarietà, che si realizzano eliminando l’accentramento del potere e promuovendo la sua diffusione; organizzando il governo della comunità, non secondo il capriccio degli uomini, ma seguendo la legge, espressione della volontà popolare; promuovendo la partecipazione dei cittadini all’attività pubblica; erogando prestazioni allo scopo di: soddisfare le esigenze della collettività, attenuare le disparità di condizioni politiche, economiche, sociali e culturali, e offrire opportunità ai cittadini. I più facoltosi sono tenuti a contribuire in maniera maggiore al finanziamento delle attività pubbliche. I poteri sulla collettività sono concepiti come un servizio, e pertanto le prerogative e le posizioni differenziate di coloro che comandano, sottoposti a controllo, sono giustificate (rispetto a coloro che obbediscono) nella misura strettamente necessaria a realizzare gli interessi della comunità.

Sottocategorie

Joomla templates by a4joomla