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Blog di Floriana Mastandrea

DALLA NEVIERA AL FRIGORIFERO

Come ha gestito l’Italia prostata, immiserita e distrutta il dopoguerra? Il 20% del patrimonio nazionale era stato distrutto: Milano, Torino, Genova, Napoli, uscivano duramente provate e molti paesini erano stati bruciati dal passaggio degli eserciti. Le derrate alimentari scarseggiavano, a cominciare dal pane. Disastrosa la situazione dei trasporti: linee ferroviarie divelte, ponti distrutti dai bombardamenti o dalle truppe in ritirata; l’80% dei vagoni ferroviari inutilizzabile, il 60%, tra macchine e locomotive, perdute. Per i primi tempi si dovette viaggiare con i più disparati mezzi di fortuna. Quello scenario spronò le coscienze a una forte e nuova volontà di riscatto: si diffuse ben presto un clima di operosità e fiducia nell’avvenire del Paese mai registrato prima. Lo Stato nato dalle rovine della guerra e sull’onda dell’entusiasmo della Resistenza non era più quello paternalista della tradizione liberale e moderata del Risorgimento: le masse, che vi erano entrate di pieno diritto, divenivano soggetto della vita pubblica. I sindacati avevano acquisito forza. Iniziava l’età dell’uomo senza miti, seguendo il filosofo cattolico Felice Balbo, ossia l’età dell’uomo libero dalle aberranti ideologie nazionalistiche che avevano portato alla più catastrofica delle guerre. Una nuova visione che includeva il riequilibrio dello sviluppo tra Nord e Sud. Già nel 1946, buona parte dei trasporti era stata ripristinata e il Nord ben presto avrebbe registrato una produzione industriale superiore a quella dell’anteguerra. Al modello Valletta della FIAT, basato su una rigida organizzazione del lavoro, si contrapponeva quello di Adriano Olivetti, imprenditore illuminato, che trasformò la sua azienda in un “successo a misura d’uomo”, nella convinzione che solidarietà e profitto non fossero in antitesi. Nel Mezzogiorno i contadini, acquisita una coscienza di classe, cominciarono a occupare i feudi per rivendicare i propri diritti. De Gasperi, presidente del Consiglio, avvertì la necessità di riequilibrare non solo i rapporti tra le classi, ma anche tra le diverse regioni, pena l’acuirsi della tensione, a danno della stabilità governativa. Tra il 1949 e il 1951, la riforma agraria consentì di espropriare i terreni incolti e consegnarli ai contadini più poveri perché li coltivassero. Nel 1950 nacque la Cassa per il Mezzogiorno, nell’obiettivo di effettuare investimenti al Sud, inteso come un insieme di necessità interdipendenti e connesse. Cominciò, da parte dei vari governi, uno sforzo mirato a integrare il Mezzogiorno con il resto del Paese, per completare l’unificazione economica e morale iniziata circa novant’anni prima. I risultati però, non furono quelli sperati.                                                                                L’Autore, nato in tempo di guerra, appartiene a una generazione a cavallo tra due epoche. Una generazione che, se da un lato ha subito le ristrettezze legate alla guerra e all’immediato dopoguerra, nel contempo, ha potuto beneficiare per prima dello sviluppo economico e della crescita democratica, iniziata negli anni Cinquanta. Una generazione passata, metaforicamente, in un breve intervallo di tempo, “dai ritmi del liscio, a quelli frenetici del rock and roll, e del twist: un’esperienza unica e irripetibile”. Ripercorrendo la microstoria personale, da abitante di Caposele, piccolo paese dell’hinterland irpino, attraverso il filo dei ricordi, Ceres ha ricostruito efficacemente un percorso utile a comprendere la macrostoria che ha interessato il nostro Paese fino al miracolo economico. Nulla è stato trascurato: gli aiuti americani, i sentimenti conservatori monarchici, le elezioni del 1948, il banditismo, l’istruzione, il DDT e la penicillina, l’emigrazione negli Stai Uniti, il Trattato di pace e la questione triestina, la Riforma agraria, il cinema, la televisione, il miracolo economico, la Legge truffa, le olimpiadi, fino a giungere ad Enrico Mattei.                                                                                                                       È possibile, si chiede l’Autore, rinnovare il miracolo economico per superare la crisi che ci attanaglia? “I giovani di oggi hanno impensabili comodità rispetto a quelli degli Anni Cinquanta, ma mancano di speranza, e di una classe politica e dirigente adeguata, capace di anteporre l’interesse nazionale a quello individuale, nonché della certezza, che noi avevamo, di vivere meglio dei nostri padri. Devono riprendere fiducia in se stessi e la coscienza della cultura del lavoro, ovvero la capacità di competenze utili e valide in ogni circostanza nell’avvio di attività utili per sé e per gli altri”. Una convinzione e un auspicio che la lettura di questo utile e scorrevole lavoro, possono solo rafforzare.

Floriana Mastandrea

MICHELE CERES

DALLA NEVIERA AL FRIGORIFERO

Viaggio negli anni del dopoguerra e del miracolo economico

DELTA 3 EDIZIONI

Pag.92 € 10

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