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ARIANO ERA UN SALOTTO

Presentato con successo presso il palazzo Vitale-Pisapia il 17 Agosto. Con me, l'antropologa Marina Brancato e l'Autore.                                                                                                                      Il paesaggio e la comunità di Ariano Irpino, già Ariano di Puglia, hanno ispirato impressioni antitetiche e contraddittorie sia nella letteratura odeporica che nelle fuggevoli annotazioni di quanti (viaggiatori, artisti, militari, scrittori, poeti, giornalisti) l’avevano visitato, consegnando tracce significative del loro passaggio in una delle città più importanti del Mezzogiorno interno, luogo di transito frequente e quasi obbligato lungo l’asse Tirreno-Adriatico, attraverso l’Appennino.                                                                                                           Un salotto, definì la città Vasco Pratolini, inviato dal Nuovo Corriere per la cronaca del Giro d’Italia di ciclismo del 1947: “Lo strappo di Ariano […] è sembrato un salotto ove venissero rispettate le precedenze. Sulla cima i corridori sono sfilati uno dietro all’altro, come ad un appello nominale tenuto con la classifica alla mano”. Anche Indro Montanelli parlando della vittoria del Premio della montagna a Bartali, aveva citato Ariano, chiamandola però Irpino e destando il sospetto che non ci fosse andato, preferendo attendere la tappa a Bari.                                                                                                                                                                      In antitesi a Pratolini, quasi un secolo prima, Eugenio Torelli Viollier, futuro fondatore del Corriere della sera, nel 1860 giovane e fervente garibaldino. In una lettera alla sorella definisce la città “Il paese più antipatico, più infame che si possa immaginare, e gli abitanti, ladri, traditori falsi e reazionari”. L’anno successivo converrà sulla sua tesi Gaetano Negri, futuro sindaco di Milano, giunto in Irpinia per combattere i briganti. La descrizione della città si sofferma anche sul clima freddo, nebbioso e incostante, oltre che sugli inconvenienti di un alloggio scomodo e della totale mancanza di svaghi rispetto alla sua Milano. In compenso, contrariamente a quanto si aspettava, dei briganti nessuna traccia. E pensare che neanche un secolo prima, un artista fiammingo, Van Nieuwerkerke, ne aveva parlato in maniera positiva raccontando come, giunto lì per la notte, vi avesse riposato bene, trovando gli abitanti cordiali e onesti. Negativa l’idea che trasmette l’Abbé di Saint Non, autore di un celebre resoconto di viaggio in Italia meridionale nel XVIII sec. che la definisce: “Città molto grande, molto triste e mal costruita che si crede sia l’antica Equotuticum fondata da Diomede”, e così il suo omologo transalpino, il Castellan, che si sofferma sul terremoto del 1456 e conclude che “Ariano è ancora miserabile e ha solo una fabbrica di maioliche grossolane. Il suo terreno è un tufo mischiato a testacei marini. Produce noci, mandorle, granturco e piante medicinali; si sfruttano delle cave di marmo e di gesso”. Von Salis Marschlins, aristocratico tedesco invece, nel 1789 dice: “È bellissimo il panorama visto dal più alto punto di Ariano”.                                                                                                                        La visione ditomica dei viaggiatori si spiega con il contesto culturale e le rispettive categorie geo-antropologiche di riferimento. I viaggiatori europei sono abituati alle grandi realtà urbane dell’Europa centro-settentrionale, quelli italiani, attenti ed esperti, più condiscendenti e addentro alle realtà del Regno di Napoli. Così Cesare Malpica, uno dei più apprezzati scrittori di viaggio in Italia, che quasi sospira: “Questa dovrebbe essere una città di artisti”. E altri come lui: i geografi Cuciniello e Bianchi nel primo ‘800 percorrono l’Italia meridionale in lungo e in largo e riportano: “Di vero non è facile avvenirsi in altra città nostra che signoreggi per sito più ampia e svariata regione”.                                                                                                                Francesco I di Borbone, in visita nelle province del Regno nel 1824, nel suo dettagliato resoconto, nota il freddo e il vento straordinari, ma ancor di più, la bellezza delle donne e le mantelline di panno rosso che mettono sulla testa e le gonnelle dello stesso tessuto e colore, creando un grazioso effetto scenico quando per strada ce ne sono molte.                                                                                                                                                        Contrastanti anche le impressioni della severa scrittrice francese Juliette Figuier che nel 1868, dopo aver descritto la povertà nella scelta dei pasti (niente uova, latte, pane, vino), decanta la bellezza delle cameriere che servono con costumi ornati di gioielli.        

                                           Nel 1885 anche il corrispondente di giudiziaria, Angelo Canonico, affascinato da Ariano, avrebbe raccontato degli “Occhi belli e irresistibili delle sue abitanti, con la tradizionale gonna turchina e il fichu di mussola, nonché il busto décolleté che lasciava intravedere il fascino muliebre”…

Non poteva mancare il riferimento al poeta arianese per eccellenza, Pietro Paolo Parzanese, che dall’Unità d’Italia fino alla seconda guerra mondiale, fu uno dei più letti del Paese, tanto da superare persino Dante, fino a spingere Antonio Baldini, uno degli autori del libro di viaggio di maggior successo degli Anni Trenta (Italia di Bonincontro) ad Ariano sull’onda dell’ammirazione per lui. Rimasto a sua volta affascinato dalla bellezza femminile, riportò proprio i versi del poeta, pieni di ammirazione, dedicati sia a una bionda, sia a una bruna. Nel luglio 1960 la giornalista del popolare settimanale femminile Eva, Carla Angrisani, a proposito delle Arianesi. “Sono ragazze moderne quelle di Ariano, ragazze che sanno assumere con coscienza certe responsabilità, donne attive e intelligenti che hanno, come cornice a queste doti, un aspetto piacevole e curato: si vestono, si truccano e si pettinano secondo i canoni che detta la moda, senza tuttavia sfruttarne gli eccessi”. Anche la regista Lina Wertmuller parla con orgoglio e toni ammirati, della nonna Angelina di Ariano, notata dal cavalier Arcangelo, ancora adolescente, quando fu scelta per consegnare i fiori a Garibaldi.                                                                                                                                                                     Ariano fu anche campo di internamento nel periodo fascista: Arturo delle Piane nel 1942 racconta le restrizioni della vita presso quegli edifici fatiscenti, il vitto scarso e altre amarezze.                                                                    La miseria, le troppe bocche da sfamare, nell’Italia democratica del dopoguerra, con particolare forza all’inizio degli Anni Cinquanta, videro nascere in particolare nel Sannio e in Irpinia, un fenomeno deprecabile, la tratta degli schiavi bambini. Gli alani (“valani” o “gualani”), erano bambini entro i 14-15 anni che messi all’asta, venivano ceduti per un anno ai coltivatori diretti per essere impiegati nei lavori più umili, in cambio di una misera cifra e qualche quintale di grano. Uno dei più grandi scandali sociali del Paese, vide mobilitarsi Gaetano Salvemini, progressista e meridionalista, Corrado Alvaro, uno degli scrittori più noti, l’economista Sylos Labini, Riccardo Bauer, uno dei cervelli del Psi, il documentarista Libero Bizzarri e altri. L’eco della stampa, durato 4 anni, sulle più prestigiose testate nazionali fu tale da portare alla quasi definitiva scomparsa di quel turpe mercato. Anche il terremoto del 21 agosto del 1962 fu oggetto di cronaca, dall’Avanti attraverso il reportage dettagliato dell’inviato Giancarlo Lannutti, all’Unità, con Luigi Pintor, l’Espresso, attraverso Bruno Zevi, fino all’Europeo, con Mino Monicelli. Tutti denunciavano le condizioni di partenza di Ariano e dell’Irpinia in generale: l’inadeguatezza delle costruzioni, l’impreparazione ad affrontare l’emergenza, il clientelismo, che piuttosto che indurre a rimboccarsi le maniche, portava all’attesa degli aiuti, e dei pacchi. Le leggi, alcune delle quali buone, come la Sullo, sulla ricostruzione, non venivano applicate o quantomeno, in tempi molto lunghi e la sfiducia degli abitanti era la nota prevalente.                                                                                                                                                                                    Anche il terremoto del 21 agosto del 1962 fu oggetto di cronaca, dall’Avanti! attraverso il reportage dettagliato dell’inviato Giancarlo Lannutti, all’Unità, con Luigi Pintor, L’Espresso, attraverso Bruno Zevi, fino all’Europeo, con Mino Monicelli, che, riferendosi ai ritardi nei soccorsi e alla penuria di generi di prima necessità, titolò: Nei paesi dell’Irpinia come in Congo.(pag.101) Tutti denunciavano le condizioni di partenza di Ariano e dell’Irpinia in generale: arretratezza strutturale, inadeguatezza delle costruzioni, impreparazione ad affrontare l’emergenza, clientelismo, che piuttosto che indurre a rimboccarsi le maniche, portava all’attesa degli aiuti, e dei pacchi. Le leggi, alcune delle quali buone, come la Sullo sulla ricostruzione, non venivano applicate o quantomeno, in tempi molto lunghi, e la sfiducia degli abitanti era la nota prevalente. Gli inviati osservarono come si rendesse necessario creare le condizioni di sviluppo affinché si costruisse e si creasse benessere in loco al fine di scoraggiare l’emigrazione in Germania e in Svizzera. Giorgio Amendola, nell’ampio reportage pubblicato sull’Unità dell’11 novembre di quell’anno. “Ho visto le baracche del terremoto del 1908 a Messina, le casette della Marsica del 1915. Ci sono in Alta Irpinia le casette del terremoto del ’30. Ogni terremoto lascia al Mezzogiorno il suo ricordo che resta come una testimonianza che non viene cancellata. E poi? Finché dureranno le baracche di legno del ’62? Quello che più mi ha colpito dolorosamente nella visita fatta a Montecalvo e ad Ariano, non è il nuovo che appare drammatico con le distruzioni provocate dal terremoto, ma il vecchio che non è stato toccato, che è quello di sempre, che ho conosciuto da tempo, soltanto più vecchio e cadente, abbandonato ormai alla sua degradazione. Ecco il crimine compiuto dai governi democratici cristiani, una rovina morale più grave di quella materiale provocata dal terremoto. Così chi ha potuto se n’è andato. E la popolazione è diminuita, ma non è diminuita la miseria, anzi si è fatta più greve”. Le domande di stringente e drammatica attualità, che si pone a conclusione del suo intervento, sono le stesse nostre: “Allora il problema che si pone, che non è di Montecalvo o di Ariano, ma di tutto il Mezzogiorno interno, è quello del destino di queste zone. Bisogna chiuderle, cacciarne le popolazioni, farne una riserva, o un parco nazionale, come vorrebbero certi tecnici, o si può tracciare una prospettiva concreta di rinascita?”.                                                                                                     Miseria atavica, isolamento culturale, rassegnazione, ma anche lotta, sogno e tenacia, sono gli ingredienti di un assaggio de: Le storie di Ariano, di Silvana Lattmann Abruzzese. Sono storie che l’autrice, pubblicata nel 1980 e di nuovo nel 2008, dedica a un popolo attraverso la saga di una famiglia “senza stelle nella vita”, restituendoci esistenze di fatica e dolore, tutte sacrifici e niente onori, ricche di dignità e coraggio e non prive di autentico eroismo. L’autore ce ne offre qualche pagina significativa.                                                                                                                                                   Paolo Speranza ci regala infine un documento sulla ferrovia che da Foggia arrivava ad Ariano, con un reportage del 1874, dal titolo esaustivo: Con il treno il progresso nel sud. Si tratta di un excursus che parte dalle origini del nome (dall’antico Equum Tuticum o da attribuirsi al tempio di Giano, Ab ara Janii, Ariano) passando per la storia: gli Angioni vi eressero in un luogo alto un castello che dominava il paese ed era chiamato la Guardia. Quindi una descrizione di luoghi e persone, riassume quanto offre il paese, dalla Cattedrale, alla chiesa di San Francesco, senza dimenticare che nel suo castello fu coniato da Ruggero II il primo Ducato d’argento nel 1140, allorquando il re, “vi tenne il primo Parlamento generale, promulgando le leggi”.                                                                                                                                          Un saggio che tutti dovrebbero leggere, soprattutto coloro che hanno a cuore le sorti della comunità: conoscere il passato è l’indispensabile fonte di ispirazione per valorizzare le risorse locali, dare spazio ai buoni cervelli, in particolar modo ai giovani e costruire nella terra delle radici, un futuro di benssere.              ARIANO ERA UN SALOTTO                                                                                                                             Viaggiatori, Inviati, Scrittori nella città del Tricolle                                                                                                                                                               A cura di Paolo Speranza                                                                                                                                       Mephite  € 12

Floriana Mastandrea

 

 

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