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Blog di Floriana Mastandrea

Il Paradiso dei Diavoli di Franco Di Mare Rizzoli

 

Marco tornò al giornale con qualche certezza e molti dubbi. Sapeva di aver fatto quello che andava fatto, tanto per stare alle cose sicure. Aveva intervistato il solo testimone oculare, che era poi anche il figlio della vittima. Aveva raccolto una preziosissima ricostruzione dell’omicidio, che rivelava una dinamica inusuale, spaventosa, con un bambino legato dal suo stesso papà e costretto a sentirlo urlare mentre l’assassino lo uccideva a pochi passi, dietro una cortina di mattoni nudi. Era un piccolo colpo giornalistico, quello. Marco conosceva gente disposta a vendersi entrambi i genitori per una cosa del genere. Il giorno dopo, quando avrebbero letto la sua ricostruzione del delitto attraverso le parole del piccolo Michele, ai colleghi della concorrenza sarebbe venuto un attacco di gastrite”. È la descrizione che ci consente di addentrarci nella personalità e negli scenari di un cronista di nera con 26 anni di mestiere, una delle molteplici personalità descritte con dovizie di particolari, protagoniste del romanzo ambientato a Napoli, “il golfo più bello del mondo e culla del male, che contagia senza distinzione di cultura”. Un criminale di professione ha appena commesso l’ennesimo omicidio, usando la tecnica della botta 'nfaccia, il suo segno distintivo. Stavolta, però, ha risparmiato la vita al figlio della vittima, insinuando il dubbio sia nel cronista sia nel commissario, di un “killer gentiluomo”. “Ma valeva la pena calcare la mano su un titolo di giornale che avrebbe potuto alimentare il mito della delinquenza?” – si chiedeva Marco, che già immaginava i titoli dei giornali e il tg regionale che li avrebbe ripresi: Killer e gentiluomo uccide il padre e risparmia il bambino. Gli tornò in mente quel dibattito a cui aveva partecipato un paio d’anni prima, per presentare il saggio di un giovane autore che scriveva di Napoli tra virtù e peccato, tra abisso e resurrezione. Uno dei problemi endemici della città era stato analizzato e descritto da quel sociologo americano già negli anni Cinquanta, Edward Banfield. Era stato lui a parlare di familismo amorale. Nel Mezzogiorno (e Napoli ne era la capitale indiscussa) erano pochi quelli che si muovevano nei confini tracciati dalle norme, sosteneva l’americano.

Il livello di tolleranza verso un’interpretazione elastica, diciamo così, della legge era elevatissimo. Si rispettavano solo le regole che non contrastavano con gli interessi della propria famiglia, del proprio gruppo, del proprio clan. Del resto, di tutto il resto, uno se ne poteva fottere. Andava così e nessuno se ne meravigliava. Era questo il terreno fertile in cui attecchiva la malapianta della criminalità. La gente si girava dall’altra parte. Che me ne fotte a mme, nun so’ fatte d’e mie… Era questa la filosofia: che m’importa, non sono fatti miei. Ma era una cosa diversa dalla semplice omertà mafiosa. Qui eravamo di fronte a uno stile di vita, a una visione comune delle cose, il luogo dove tra legalità e illegalità non correva un confine preciso e spesso, anzi, le due andavano a braccetto. Accussì adda ì. Ma chi l’aveva detto che le cose dovevano andare per forza così? E dunque, intervenendo in quel dibattito, Marco aveva detto che Napoli sarebbe diventata una città normale quando turisti e passanti, avrebbero potuto passeggiare per le strade del centro con un orologio di marca al polso senza correre il rischio di essere scippati. In una città civile, con un senso della legalità esteso e condiviso, queste cose non succedono, e se accadono, non vengono tollerate, aveva sostenuto con veemenza. […] Erano passati anni da quel giorno, ma ogni volta che ci pensava, a Marco sembrava ancora incredibile. Ecco a che punto siamo arrivati: si giustifica il crimine sulla base dei bisogni sociali. Che mondo capovolto era mai quello? Le responsabilità e le colpe erano delle vittime, non degli aggressori. Era il derubato ad avere torto, se l’era cercata lui, insomma. I lazzari descritti da Alexandre Dumas e da Goethe sentivano di avere il diritto di prendersi quello che la vita non offriva loro, come aveva scritto Hegel in Lineamenti di filosofia del diritto. E nessuno contrastava questa visione delle cose. A Napoli veniva considerata una cosa normale, ineluttabile, connaturata al territorio, una sorta di genius loci”. Significativi passaggi di uno spaccato sociologico ampio di una città che sottende una mentalità, anzi una “cultura”. A completarli, in un arco temporale che si snoda dagli anni Settanta a oggi, i personaggi che popolano il romanzo, descritti con linguaggio schietto e con gli occhi di chi in quella città è nato e cresciuto, ma è riuscito a fuggire, lasciando una ferita aperta. L’autore dedica un doloroso inno d’amore e odio alla sua Napoli, la città dalle tante contraddizioni, il palco teatrale in cui tutti recitano una commedia da loro non voluta, convinti che nulla cambierà per la propria esistenza, rassegnati a un domani che non hanno scelto. Un affresco del male di vivere, in cui Napoli è il riflesso di bellezza e minaccia, aristocrazia e plebe. L’eterna storia di una città dai due volti, bella e dolente, oppressa dalle tante problematiche di coloro che vivono a contatto con la camorra. Il paradiso dei diavoli, ovvero il paradiso e l’inferno fusi insieme, come il centro e la periferia.                                                                                                                                                   Floriana Mastandrea

 

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